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“L’Etna è per noi da sempre, gente della Sicilia Orientale, un riferimento. Non potrebbe essere altrimenti. E’ una presenza maestosa, non solo geografica, fisica, ma anche (forse soprattutto) psicologica, da cui gli anziani agricoltori, mio nonno, rivolgendo lo sguardo alla bianca sommità del vulcano, hanno attinto premonizioni, auspici, previsioni climatiche. Sono stati loro che mi hanno trasmesso il fascino del vulcano Etna. Da piccolo non riuscivo ad immaginare la mia terra senza l’Etna, ingenuamente, chiedevo, con ovvia ilarità di chi mi ascoltava, ma come fanno gli altri senza “a Muntagna”?” *

Con “Vinudilice” (letteralmente, figlio della vigna) ci troviamo a 1300 metri sul livello del mare, lato nord-est. Poco meno di un ettaro coltivato ad alberello da viti ultracentenarie. “l’ape deve poter volare intorno alla vite”.

Travaso e imbottigliamento seguono le fasi lunari. La vendemmia è resa possibile grazie all’aiuto di un mulo. I vitigni utilizzati sono antichi, l’alicante, il grecanico, la minnella. Salvo Foti è stato l’enologo che ha creduto (quando nessuno ci credeva) nelle capacità del territorio etneo, riconoscendo l’assoluta peculiarità da zona a zona, a seconda dell’altitudine e dell’esposizione. I suoi Vigneri, infatti, racchiudono sotto un’unica egida tanti piccoli produttori: è difficile, dati i terreni impervi, trovare sull’Etna un’enorme distesa di vigneti, sarà più frequente vedere stagliati all’orizzonte i muretti a secco, che l’uomo ha eretto per aiutarsi a coltivare le zone più impervie. *- “ Etna - I vini del vulcano “ - Salvo Foti (Maggio 2001)

Vino: vinudilice - Vino Spumante metodo classico Brut rosè .

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La famiglia Calcagno produce il vino da sempre, vendendolo sfuso in Italia ed in Francia. E’ l’unico sostentamento della famiglia. Il lavoro in vigna sull’Etna è durissimo, si deve lottare con il territorio, spietrarlo per renderlo fruibile, coltivabile; si deve zappare, e solo l’uomo in quei territori impervi può farlo; raccogliere l’uva a mano, cesti in spalla. Nei primi anni duemila avviene il “risorgimento” dell’Etna: ed è lì che la famiglia Calcagno decide di impegnare tutte le proprie forze, fisiche e non, per imbottigliare i propri vini. I signori Calcagno hanno dovuto fronteggiare non poche perplessità quando ha deciso di imbottigliare nella stessa annata diverse etichette da stessa uva: per chi possiede neanche sei ettari è qualcosa di apparentemente dispendioso. Ma bisogna spiegare a chi non lo vive che il vulcano è vivo: la lava con il suo lento scorrere nei secoli, i suoi percorsi incontrollabili, si è stratificata in modi diversi in zone diverse: sta lì la lungimiranza di distinguere come questo si rispecchia nella vite, che trae il suo nutrimento proprio da quel terreno, e ne fa il suo ritratto nell’uva. Ecco da dove nascono le contrade. La lava distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino, ma le ginestre che circondano le vigne, con il loro inesorabile fiorire, simboleggiano la rinascita. Ginestra è il nome del loro bianco, Etna DOC, fatto da uve carricante.




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Una delle aziende che in questo momento rappresenta meglio la storicità dell’Etna è Alice Bonaccorsi. Artefice della sua vigna ed agronoma, i suoi 14 ettari si trovano nel versante nord, a 800 metri sul livello del mare, contrada croce monaci. La totalità della vigna è piantata ad alberello, anche perché non ci sarebbe alternativa: i terrazzamenti la fanno da padrone, dove si alternano piante a piede franco centenarie a barbatelle giovani. Irruento ed elegante al tempo stesso, l’Etna rosso valcerasa ritrae perfettamente il carattere di Alice: vero e sensibile, attenta e consapevole; il vino è imbottigliato solo nel momento in cui è pronto per essere bevuto.



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